Archivio della categoria: Forza e coraggio

Un piccolo e modesto contributo alla diffusione del software libero

Gatti e Montanari: dal Parlamento chieste azioni nei loro confronti sulla vicenda Microscopio

La verità su Gatti e Montanari sulla vicenda Microscopio sta per saltar fuori!

Vi ricordate il mio post del 2009 “Stefano Montanari sulla vicenda microscopio“? Ovviamente fui goffamente attaccato(e censurato sul suo blog) da Stefano Montanari che ha tutto l’interesse evidente che non emerga la verità. Ma ci sono persone nella vita che non si fermano, che vanno avanti mettendoci la faccia. Lo fanno con coraggio, infischiandosene delle minacce altrui. Persone che fanno il bene dei cittadini. Li stanno accerchiando. Un numero crescente di persone sta facendo sapere, con documentazione e atti alla mano, chi sono e cosa realmente fanno Antonietta Gatti e Stefano Montanari.

Ora finalmente sono sotto la lente d’ingrandimento del Parlamento e di 3 Ministeri (Giustizia, Ricerca e Salute). E’ stata infatti presentata un’interrogazione parlamentare da ben 8 Senatori che chiedono verifiche e risposte urgenti sull’UTILIZZO A SCOPO DI LUCRO DEL MICROSCOPIO comprato da migliaia di benefattori – e da una Onlus onesta – che credevano a quanto dicevano i signori Stefano Montanari e Antonietta Gatti dai palchi degli spettacoli del comico Beppe Grillo. Solo una volta ottenuto il microscopio Stefano Montanari ha detto pubblicamente che la storia delle nanoparticelle presenti nella famosa lista di alimenti era una bufala concordata con Grillo per fare spettacolo.

Peccato che invece in tanti ci abbiano creduto.

Dopo aver ricevuto il microscopio Antonietta Gatti e Stefano Monatanari l’hanno semplicemente utilizzato A SCOPO DI LUCRO. La Onlus non ha voluto essere complice e l’ha donato all’Università di Urbino con la clausola di permettere ai due di usarlo almeno una volta alla settimana (sempre per mantenere fede a quella raccolta fondi di Beppe Grillo alla quale tutti avevamo ingenuamente creduto).

E ora loro cosa fanno?

Continuano ad usarlo a scopo di lucro anche ora che è di proprietà dell’Università di Urbino e senza alcune convenzione/autorizzazione! Ma nel 2006, anziché far donare da ingenui benefattori dei soldi per acquistare lo strumento da usare per la loro azienda, non potevano farsi un mutuo in banca e comprarselo loro?
Comunque, ora troppa gente si è stancata e il caso finalmente è finito in Parlamento, sui tavoli della Procura della Repubblica e sul tavolo della Corte dei Conti.
Bene! Ottimo! Finalmente si saprà una volta per tutte la verità!
Poi si passerà a focalizzare l’attenzione sulla vicenda relativa ai vaccini, e qui mi sa che ne scopriremo delle altre…

Consorzio del Parmigiano Reggiano, a scuola di marketing!

 

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PornHub, piattaforma leader nel settore del porno (giornalmente trasmette in streaming circa 10 volte quello che trasmette Facebook), lancia il servizio Premium attraverso uno spot pubblicitario di circa 20 secondi. In questo spot il Parmigiano Reggiano viene definito come “il Pornhub Premium” dei formaggi con inequivocabile parallelo tra l’eccellenza del prodotto italiano e quella del nuovo servizio Premium.

Ora io non sono un esperto in materia ma non ci vuole un ninja marketing per comprendere che la pubblicità di PornHub non poteva che fare bene al Parmigiano Reggiano. Il Consorzio a tutela del Parmigiano Reggiano invece “ha dato mandato ai propri legali dì verificare quali ipotesi di reato possano sussistere a carico del sito pornografico americano che ha utilizzato il nome ed il prestigio del prodotto per pubblicizzare i propri servizi di video porno in streaming” (leggi articolo su Huffington Post). Hanno perso un’altra occasione per tacere, peccato. Questa era un’onda da cavalcare e non da respingere. Ma vi rendete conto di che impatto avrà questa pubblicità in USA?

In USA dove, già 3 anni fa, un articolo su Forbes (“Most Parmesan Cheeses In America Are Fake, Here’s Why“) sottolineava quanto il termine “Parmesan” tragga in inganno gli statunitensi proprio per il fatto che sotto quel termine ci finisce di tutto. Un articolo profondo e pieno di dettagli che addirittura porta in luce la distinzione tra “Grana Padano” e “Parmigiano Reggiano” su cui lo stesso Consorzio poteva fare di meglio in questi anni.

Il Consorzio inoltre sostiene che “quanto sia ben premeditata l’azione di sfruttamento della prestigiosa Dop italiana è reso ancor più evidente dal fatto che si cita il suo nome corretto e integrale, e non la più generica forma ‘parmesan’, che negli Usa è utilizzata per tanti formaggi“.
Incredibile!
Proprio perchè avevano bisogno di un marchio di eccellenza, qualcosa che si discostasse dal “prodotto di massa”, hanno pensato ad un prodotto unico nel suo genere, genuino e incredibilmente buono come il “Parmigiano Reggiano”. Non capisco il senso della “lamentela” per non aver usato il termine “Parmesan” quando invece mi chiedo da tempo come mai il Consorzio non sia riuscito ad imporre il marchio “Parmigiano Reggiano” nel mondo, così come i nostri vicini hanno fatto con il “Prosciutto di Parma” (marchio registrato in circa 90 paesi). Perchè “Parmesan”? Cos’è PARMESAN mi chiedo, mah!

Lui dice “Aged Parmigiano Reggiano“. Spettacolo!
Scandito bene, sound italiano. Fa leva sulla stagionatura del prodotto e sottolinea il marchio. Cosa volete di più? Invece no, questi si inca**ano.

Io avrei cavalcato l’onda fancendo uscire ciò che i reggiani ben sanno: “che il Parmigiano Reggiano è anche afrodisiaco!”. E così facevano il botto. Un esempio? Lo spot della “Pizza a Portafoglio” dopo la pubblicità di McDonald!

Infine vi segnalo anche l’ottimo articolo di Michela Dell’Amico su Wired.

E ora non scandalizzatevi, ecco a voi lo spot:

 

 

Fairphone, smartphone etico ed eco-sostenibile

Fairphone

Oggi il consumatore critico si trova di fronte a dilemmi immensi perché la tecnologia è sempre più parte integrante della nostra vita quotidiana ma il costo per il pianeta e per l’umanità è altissimo. Per fortuna stanno nascendo aziende del futuro, come Fairphone (Olanda), le quali stanno invertendo il ciclo: “Together we can change the way products are made” (“insieme possiamo cambiare il modo con cui i prodotti sono costruiti”) recita il loro slogan.

L’impatto ambientale del progresso tecnologico degli ultimi decenni è devastante. Solo in Europa si stima vi siano 1,6 miliardi di vecchi telefoni non più utilizzati e di questi solo il 7% viene riciclato in modo corretto (Fonte: European Commission Study for Ecodesign Working Plan). Il resto va ad alimentare quel fenomeno denominato High-Tech Trash ben descritto nell’articolo del National Geographic già nel lontano 2008 e nell’omonimo libro di Elizabeth Grossman. Ancora oggi, in Ghana, la situazione è estremamente grave. La foto qui sotto mostra un bambino che raccoglie componenti elettronici per bruciarli e ricavarne così rame e alluminio da “rivendere” (guarda il video “Elettronic Waste in Ghana“).

After school, kids go to Agbogbloshie to collect copper and aluminium to make a little extra money.

After school, kids go to Agbogbloshie to collect copper and aluminium to make a little extra money. (Fonte: Fairphone)

Un altro paese dell’Africa che stiamo devastando, insieme al suo popolo, è il Congo. Ancora prima della catena di produzione disumana cinese per l’assemblaggio c’è il popolo congolese che muore per estrarre dalle miniere il Coltan (columbite-tantalite). Il Coltan è nei nostri telefoni, nei PC, nei Tablet e ormai anche nella lavatrice visto che vengono equipaggiate di schede elettroniche. Si estrae anche in Nigeria, Australia e Brasile ma in Congo costa meno. I proventi del commercio semilegale di Coltan, attuato dai movimenti di guerriglia che controllano le province orientali del Congo, alimentano la guerra civile in questi territori (Fonte: Wikipedia). Stiamo parlando di un conflitto che dura da 20 anni e che ha fatto 8 milioni di morti.
Le foto di Erberto Zani mostrano perfettamente la situazione oggi.

«Nel 2008, dopo 14 anni di lontananza, ho deciso di tornare a casa, in Congo, dalla mia famiglia. É stato uno shock: trovare che non esiste più niente. Chiedo di un amico e mi dicono che è morto, le strade e le infrastrutture non esistono più. Niente era più come prima, non riuscivo a spiegarmelo. Un giorno ho anche pianto, mia madre pensava che la mia tristezza fosse dovuta a qualche problema in Italia, mentre in realtà piangevo per il mio paese». Queste sono le parole dell’attivista  John Mpaliza, l’ingegnere congolese protagonista della marcia per il Congo: da Reggio Emilia (dove vive e lavora) a Bruxelles per rompere il muro di silenzio sulla guerra e sulla devastazione del suo paese. Oggi è conosciuto come Peace Walking Man.

Tutto ciò impone una riflessione. E’ inutile puntare il dito contro quelli che corrono freneticamente a comprare sempre l’ultimo modello di smartphone presentato da Apple o Samsung. Il problema coinvolge tutti, compresi quelli che tentano di “stare alla larga” dalla tecnologia. Ognuno di noi ha un telefono. A Marzo di quest’anno, quando il mio iPhone 3GS arrivò a fine corsa, mi sono fermato. Ho cercato qualcosa di diverso, orientato al futuro, non tanto per l’aspetto tecnologico quanto sul fronte etico ed eco-sostenibile. E così ho conosciuto il meraviglioso Fairphone (grazie Silvia e Terri).

Fairphone nasce come progetto di Waag Society, Action Aid and Schrijf-Schrijf in Olanda per sensibilizzare le persone sulle guerre legate al mondo dell’elettronica, in particolar modo quella della Repubblica Democratica del Congo. Nel 2013 viene costituita l’impresa sociale indipendente con sede ad Amsterdam.

Lo smartphone Fairphone è stato realizzato mettendo in primo piano questi aspetti fondamentali: Minerario, Design, Produzione, Ciclo di vita e Imprenditoria Sociale.

Minerario – Ogni Fairphone contiene circa 40 minerali (“including tantalum, tungsten, copper, iron, nickel, aluminum, tin, silver, chromium, gold and palladium”) e per ognuno di essi l’obiettivo è stato quello di integrare solo materiali a supporto delle economie locali, non milizie armate.

Design – L’idea è quella di cambiare il rapporto tra le persone ed i loro telefoni. In primo piano mettono longevità e riparabilità del telefono, dare alle persone il totale controllo del telefono acquistato fornendo la massima trasparenza su come è stato progettato. Sul sito vendono tutti i pezzi di ricambio, cambiare la batteria (18 euro) è un’operazione semplicissima come nei vecchi Nokia. Per la cover si possono scaricare i modelli 3D da stampare.

Manufacturing – La produzione avviene in Cina ma le garanzie sul lavoro sono state messe in primo piano: condizioni di sicurezza, salari equi e rappresentanza dei lavoratori. Lavorano a stretto contatto con i produttori che vogliono investire nel benessere dei dipendenti. Anche qui in totale controtendenza rispetto a chi va in Cina a sfruttare i lavoratori.

Life Cycle – “We believe that our responsibility doesn’t end with sales” (“Crediamo che la nostra responsabilità non finisca con la vendita”). Chi compra un Fairphone viene seguito durante l’intero arco di vita del telefono: uso, riutilizzo e riciclaggio sicuro. Hanno appena avviato un meraviglioso programma di Riciclo per vecchi telefoni in Europa.

Imprenditoria Sociale – Sul sito trovate tutta la documentazione per trasparenza sui costi e lista dei fornitori di tutti i materiali utilizzati per la costruzione del telefono. Gli utenti della community (sempre più attiva e creativa) vengono coinvolti nel processo di produzione e ascoltati quando riportano le loro esperienze.

Il Fairphone viene prodotto per “stock”, vale a dire che non esiste una produzione continua, proprio per non cadere nella morsa del dover poi vendere a tutti i costi. Periodicamente viene lanciato un batch (l’ultimo a Giugno 2014 per 35.000 pezzi, il prossimo a Gennaio 2015) e la produzione inizia solo dopo aver raggiunto un certo numero. Una volta venduti tutti i pezzi costruiti ci si ferma tutti a ragionare.

Quanto costa?
Per quanto mi riguarda è proprio il caso di dire solo 310 euro.
Queste riportate sotto sono le specifiche tecniche di base, qui le Specifiche tecniche complete.

fairphone-tech-specs

Una volta acquistato ricordatevi di aderire al movimento #WeAreFairphone
E anche l’aver creato un movimento è un bel modo per valorizzare il prodotto, diverso dai soliti slogan, perché il Fairphone rivoluziona la relazione col telefono soprattutto dopo che l’hai comprato. Sei parte di un movimento e hai la possibilitá di far sentire la tua voce. E’ tantissimo già solo questo.

Spero di avervi convinto!

BTO2012 è un successo, e il nostro Appennino?

BTO sta per Buy Tourism Online ed è un convegno, anzi, ormai è IL convegno sul Turismo Online. BTO2012 si è svolto a Firenze il 29 e il 30 novembre ed è stato un successo senza precedenti. I numeri dell’edizione 2012 sono il frutto di anni di lavoro: 3.245 i partecipanti, 6.421 le presenze, 155 relatori, 87 eventi, 198 giornalisti accreditati, 120 tra storytellers e bloggers; 46 aziende al Club degli Espositori.
Il Turismo nel nostro paese (alcuni amano chiamarlo “Brand Italia“) è in forte crisi. Complice sicuramente una governance italiana che lo ha completamente trascurato (basta ricordare lo scandaloso “progetto” Italia.it e gli oltre 50 milioni di euro buttati via). Eppure stiamo parlando di una risorsa importante perchè sarà l’unica a cui potremo aggrapparci un giorno non lontano, forse.

Dopo aver letto qualche articolo sul BTO certe domande sorgono spontanee…

In giro per la città si scorge a tratti la vetta innevata del Monte Cusna, difficile non notarla in questi giorni così limpidi. C’è neve lassù e una volta si sciava pure! Oggi non riesci nemmeno più a capire quali impianti sono aperti e quali no. Devi chiamare o fartelo dire dall’amico che vive in montagna. Tempo fa si parlava di collegare tra loro i vari impianti di risalita (Civago, Febbio, Cerreto, ecc), oggi sono in stato di abbandono o addirittura finiscono all’asta pignorati da Equitalia. Oggi falliscono, e miseramente li si lascia fallire. Oggi, che si scia anche a Dubai. Di certo non avremo mai più un Giuliano Razzoli.

E il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano? Sì, abbiamo anche un Parco nazionale lassù. Eccellente! Peccato non lo sappia nessuno fuori Reggio.
Abbiamo un potenziale immenso nella nostra provincia, qualcuno si è chiesto come sfruttarlo invece di lasciarlo in stato di abbandono? In occasione del BTO, possiamo porci qualche domanda in più sul futuro dell’Appennino e del Parco?

 

 

Trottola di legno: o’ strummolo!

Nell’estate del 1986 ero in vacanza nella splendida Mattinata, sul Gargano. Una sera, in una delle tante bancarelle di una delle tante feste di paese, scoprimmo (io e tutta la combriccola di amici) un gioco semplice ma bellissimo. Bello al punto che ci tenne  impegnati tutta estate. Bastò lo sguardo dei nostri genitori. Si bloccarono davanti ad uno dei giochi più sfruttati della loro giovinezza. Erano tutti euforici e ricordavano con grande passione “O Strummolo” (così si chiama in napoletano).

E’ una trottola di legno, come quella che vedete qui sopra. Intorno vi si avvolge la corda, poi lo si lancia in avanti con un gesto rapido e un colpo inverso del polso leggermente rotatorio. Una maestria che richiese diversi giorni prima di vederlo girare bene: velocissimo, durava oltre 2 minuti. I genitori ci insegnarono le tecniche migliori e le varie competizioni possibili. Da lancio del sasso come centro a cui avvicinarsi, fino alla difficile battaglia in cui a turno, dopo il lancio, lo si faceva salire su una mano per poi scagliarlo come “sasso” nel tentativo di spaccare gli altri. Lo strummolo ci tenne impegnati tutta estate, ogni sera monopolizzavamo tutti i luoghi del campeggio (a partire dai bagni) dove il pavimento era di piastrelle (il luogo migliore per farlo durare più a lungo!). Un gioco così semplice… quanti ricordi splendidi.

Stamattina un post di Alberto D’Ottavi sui Makers (su Che Futuro!) mi ha riportato tutto quanto alla mente e da piccolo falegname Fai da te quale sono credo che presto me ne costruirò uno per poi regalarlo ai miei figli.
Dopo aver riprovato l’ebrezza del lancio, ovviamente! 😉

 

BackUp Gmail su Mac OSX, una nuova App!

Tutto iniziò lo scorso 27 Febbraio quando Gmail smise di funzionare per qualche ora. Fu una giornata nera per Gmail al punto che lo 0,08% degli utenti perse completamente i propri dati: messaggi, contatti, ecc. Da allora iniziai a studiare una soluzione per ottenere un backup affidabile del mio account Gmail.

Dopo varie soluzioni “arrangiate” iniziai a studiare un’App per Mac OSX: BackUp Gmail. In questi giorni l’App è giunta al termine del suo lungo percorso: è stata pubblicata sul Mac App Store.
Scarica l’App e assicurati un backup del tuo account Gmail.

Addio Steve, grazie.

«Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata.

Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.

La prima storia è sull’unire i puntini.

Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato? E’ cominciato tutto prima che nascessi.

Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all’ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?” Loro risposero: “Certamente“.

Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accettò di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi.

Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso.

Nell’attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti. Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare.

Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo.

Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così.

Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato. Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita.

Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità.

Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno.

Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro. Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita. Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un’azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L’anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione – il Macintosh – e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa. Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me – come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo. Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita. Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia. Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.

La mia terza storia è a proposto della morte. Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione“. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?“. E ogni qualvolta la risposta è “no” per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato. Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore. Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi “addio“. Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso sto bene. Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E’ stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E’ stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.“, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie a tutti.»

Steve Jobs (24 Febbraio 1955 – 05 Ottobre 2011), discorso all’Università di Stanford il 12 Giugno 2005.
[Fonte: dreamsworld.it]


Comma ammazza-blog: un post a Rete unificata

Due giorni fa su twitter è girata una domanda: cosa possono fare tutti coloro che non possono andare al Pantheon a Roma il 29 settembre per manifestare il proprio dissenso contro il comma del ddl di riforma delle intercettazioni ribattezzato “ammazza-blog”? Così è nata l’idea di pubblicare uno stesso post “a rete unificata”, un post che spiega quali sono le implicazioni e le conseguenze dell’approvazione di quel comma, per diffondere consapevolezza dei rischi a cui la rete italiana va incontro e non per solleticare l’indignazione facile.

Una volta condiviso il testo è possibile segnalare il proprio post in un tumblr predisposto per l’occasione.

 

Questo il testo, la cui versione integrale si trova su valigiablu.it, di Bruno Saetta.

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?

Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.

Cosa è la rettifica?

La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.

Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione?

La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?

La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?

E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?

La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?

Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.