Social & Solidarity Economy Hackathon #SSEhackathon

Sito di riferimento: hackathon.igruppi.com

Come gruppo di sviluppo dell’applicativo Open Source IGRUPPI avevamo in mente da tempo di organizzare un hackathon per aumentare la rete di contatti che si è formata in questi anni intorno alla nostra piattaforma. Così, a Febbraio, abbiamo coinvolto Impact Hub per l’organizzazione e siamo partiti. Successivamente ci siamo aggregati ad AftER – Futuri Digitali perché l’inserimento nel festival del digitale aggiunge valore calando l’hackathon in un contesto innovativo e permettendo ulteriore networking tra professionisti, aziende e istituzioni.

Il format è quello del Code Sprint dove sviluppatori e appassionati corrono una maratona digitale di 24 ore al fine di arricchire la piattaforma Open Source IGRUPPI. Il tema è l’Economia Sociale e Solidale, da qui il nome “Social & Solidarity Economy Hackathon“. Il mondo del digitale quindi si intreccia a quello del consumo critico e consapevole formato da una rete territoriale di organizzazioni e aziende per far nascere sinergie e nuove possibilità.

Di ispirazione all’hackathon abbiamo organizzato il MEET THE G.A.S. Un evento parallelo, pieno di incontri, conferenze, degustazioni, un mercatino e anche un concerto. Tutti momenti pensati per presentare e conoscere esperienze innovative e buone pratiche di economia sociale e solidale. In questo contesto creiamo la combinazione che declina la sostenibilità da una parte verso i professionisti e aziende innovatrici sul territorio e dall’altra parte verso i cittadini che possono toccare con mano il confine tra innovazione digitale e territorio. 

Il digitale funziona se serve alle persone, al miglioramento della comunità, questa è l’etica HACKER. Siamo abituati all’accezione negativa del termine ma la cultura HACKER ha origini profondamente radicate nell’etica, attenta da sempre alla sostenibilità economica e ambientale, e promotrice della divulgazione del sapere attraverso ideologie e movimenti come l’Open Source e il Free Software.

AftER è il festival del digitale, dal 19 al 21 Ottobre a Reggio Emilia.

Venite a scoprire come il digitale può essere utile, un volano anche per chi raccoglie i pomodori a mano.

Meet the G.A.S.

Incontra dal vivo chi sostiene e pratica modelli di economia sociale e solidale

Ad accompagnare e ispirare il Social & Solidarity Economy Hackathon sui temi dell’economia sociale e solidale, uno speciale evento per conoscere modelli di consumo consapevole, network virtuosi e buone pratiche che già oggi sfruttano le potenzialità di strumenti e piattaforme digitali. Conferenze, workshop, stand gastronomici e momenti ludici animeranno il festival AftER – Futuri Digitali grazie alla partecipazione di esperti, agronomi, produttori locali e appartenenti ai Gruppi di Acquisto Solidale.

Cos’è un Gruppo d’Acquisto Solidale

I Gruppi di Acquisto Solidale (G.A.S.) sono gruppi di persone che effettuano acquisti di prodotti alimentari o di uso comune direttamente dai produttori con i quali instaurano un rapporto di fiducia. Così possono sincerarsi direttamente della qualità dei prodotti. E che nei processi produttivi siano strettamente rispettano caratteristiche di sostenibilità ambientale e sociale. I Gruppi di Acquisto Solidale sono composti da persone come te. Sono più di 1500 in tutta Italia. Oltre 20 nella provincia di Reggio Emilia.

Programma Meet the G.A.S.

Accusa di truffa per Antonietta Gatti e Stefano Montanari. Perquisite abitazione e laboratorio dalla Guardia di Finanza

Giovedì mattina 22 febbraio si è svolto un blitz della Guarda di Finanza presso l’abitazione dei Signori Antonietta Gatti e Stefano Montanari e il laboratorio Nanodiagnostics di cui i due coniugi sono soci. Perquisizione a tappeto con conseguente sequestro di personal computer.

Immediato lo sfogo su facebook di Stefano Montanari la mattina della perquisizione che titola “Ennesimo attacco alla verità!”: “Questa mattina dalle ore 8:30 la Guardia di Finanza sta perquisendo l’appartamento del dott. Stefano Montanari e della Dott.ssa Antonietta Gatti. In seguito sarà perquisito il laboratorio Nanodiagnostics, ove verranno sequestrati tutti i computer e i documenti in possesso. Pertanto, al momento i dottori Gatti e Montanari sono costretti a sospendere tutte le attività relative ai loro studi, comprese conferenze, consulenze e analisi in data da definire”.

Montanari non perde il vizio di presentarsi al mondo come vittima: qualcuno attaccherebbe per l’ennesima volta la verità. Ma quale? Quella sui vaccini? Quella sulla ricerca “loro” scientifica?

Su sito Terranova.it (link qui: http://www.terranuova.it/News/Attualita/Perquisiti-casa-e-laboratorio-degli-esperti-di-nanoparticelle) compaiono altre dichiarazioni di Montanari che gettano benzina sul fuoco: “….Naturalmente daremo mandato al nostro legale per chiedere il dissequestro di tutto il materiale. Le accuse sono assurde e le contesteremo, come peraltro già fatto in altre occasioni e sedi, provando che non abbiamo commesso alcun reato. A questo punto è lecito chiedersi quanto il nostro lavoro dia fastidio e a chi”.

Qualcuno cercherebbe quindi di imbavagliare la ricerca dei due signori? Ma chi?! E poi, se per assurdo fosse anche vero, la Guarda di Finanza e la Procura di Reggio Emilia si sarebbe prestati? (leggi su NextQuotidiano la cronistoria della vicenda: https://www.nextquotidiano.it/complotti-dietro-le-indagini-sulla-nanodiagnostics-stefano-montanari/).

“La Procura ha deciso che io dovessi essere bloccato – tuona Montanari sulle frequenze della radio amica – Avremo mangiato qualche bambino… Nessuno potrà ripagarci del danno. Non abbiamo più alcuno strumento per proseguire la nostra attività” (Fonte: Gazzetta di Modena: http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2018/02/23/news/blitz-della-finanza-dal-dottore-no-vax-accusato-di-truffa-1.16510767 ).

Mi pare un’accusa gravissima. Vivo a Reggio Emilia, città da cui è partita l’inchiesta coordinata dalla Dott.ssa Valentina Salvi, Pubblico Ministero noto a tutti per l’impegno profuso con dedizione e massima serietà, tanto che più volte le sue inchieste hanno risolto casi importanti anche in breve tempo. Nessuno dovrebbe permettersi di attaccare il suo lavoro. Alla Dott.ssa Salvi va quindi la mia totale solidarietà.

Tornando al Montanari, qualche giorno dopo, ha ridimensionato decisamente il tiro: “Aggiornamenti: Facendo seguito a quanto ho dichiarato nei momenti immediatamente successivi alla perquisizione, quando mi trovavo in un comprensibile stato di agitazione e di grande stress emotivo, e scusandomi qualora tali mie dichiarazioni siano apparse irrispettose o generatrici di fraintendimenti, preciso che i fatti per i quali io e mia moglie risultiamo attualmente sottoposti ad indagini ad opera della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Emilia non riguardano, a quanto ci consta, né il merito scientifico delle ricerche sulle nanopatologie che da moltissimi anni conduciamo con dedizione ed impegno, né tanto meno la raccolta fondi popolare che abbiamo recentemente lanciato per l’acquisto di un microscopio elettronico.Abbiamo piena fiducia nell’operato della magistratura e siamo certi che dimostreremo la nostra estraneità ai fatti ipotizzati a nostro carico. Stefano Montanari”.

Bene, da “attacco alla verità” a “piena fiducia nell’operato della magistratura”. Mi viene da pensare che qualcuno l’abbia legalmente consigliato per il meglio. Comunque sia, nessun attacco alla verità dunque, nessuna indagine dovuta ad arcani motivi per ostacolare le ricerche, nulla. Ma intanto, dopo la prima accusa di “Ennesimo attacco alla verità”, il fango del complotto è stato diffuso dal ventilatore del web che tutt’ora compare.

Ripeto, massima solidarietà alla Dott.ssa Salvi della Procura di Reggio Emilia, certo che il suo lavoro farà emergere una volta per tutte le verità.

Gatti e Montanari: dal Parlamento chieste azioni nei loro confronti sulla vicenda Microscopio

La verità su Gatti e Montanari sulla vicenda Microscopio sta per saltar fuori!

Vi ricordate il mio post del 2009 “Stefano Montanari sulla vicenda microscopio“? Ovviamente fui goffamente attaccato(e censurato sul suo blog) da Stefano Montanari che ha tutto l’interesse evidente che non emerga la verità. Ma ci sono persone nella vita che non si fermano, che vanno avanti mettendoci la faccia. Lo fanno con coraggio, infischiandosene delle minacce altrui. Persone che fanno il bene dei cittadini. Li stanno accerchiando. Un numero crescente di persone sta facendo sapere, con documentazione e atti alla mano, chi sono e cosa realmente fanno Antonietta Gatti e Stefano Montanari.

Ora finalmente sono sotto la lente d’ingrandimento del Parlamento e di 3 Ministeri (Giustizia, Ricerca e Salute). E’ stata infatti presentata un’interrogazione parlamentare da ben 8 Senatori che chiedono verifiche e risposte urgenti sull’UTILIZZO A SCOPO DI LUCRO DEL MICROSCOPIO comprato da migliaia di benefattori – e da una Onlus onesta – che credevano a quanto dicevano i signori Stefano Montanari e Antonietta Gatti dai palchi degli spettacoli del comico Beppe Grillo. Solo una volta ottenuto il microscopio Stefano Montanari ha detto pubblicamente che la storia delle nanoparticelle presenti nella famosa lista di alimenti era una bufala concordata con Grillo per fare spettacolo.

Peccato che invece in tanti ci abbiano creduto.

Dopo aver ricevuto il microscopio Antonietta Gatti e Stefano Monatanari l’hanno semplicemente utilizzato A SCOPO DI LUCRO. La Onlus non ha voluto essere complice e l’ha donato all’Università di Urbino con la clausola di permettere ai due di usarlo almeno una volta alla settimana (sempre per mantenere fede a quella raccolta fondi di Beppe Grillo alla quale tutti avevamo ingenuamente creduto).

E ora loro cosa fanno?

Continuano ad usarlo a scopo di lucro anche ora che è di proprietà dell’Università di Urbino e senza alcune convenzione/autorizzazione! Ma nel 2006, anziché far donare da ingenui benefattori dei soldi per acquistare lo strumento da usare per la loro azienda, non potevano farsi un mutuo in banca e comprarselo loro?
Comunque, ora troppa gente si è stancata e il caso finalmente è finito in Parlamento, sui tavoli della Procura della Repubblica e sul tavolo della Corte dei Conti.
Bene! Ottimo! Finalmente si saprà una volta per tutte la verità!
Poi si passerà a focalizzare l’attenzione sulla vicenda relativa ai vaccini, e qui mi sa che ne scopriremo delle altre…

Linux, spazio su disco esaurito (ma sono gli iNodes)

In questi giorni si è presentato un problema sul server Linux di non facile risoluzione. L’errore che appariva era “spazio esaurito sul device” (No space left on device) ma non era lo spazio, bensì gli iNodes (grazie!) che potete verificare col comando:
df -i

Nella root / avevo il 100% utilizzato senza più un iNodes libero e il problema stava nel fatto che ogni comando dava errore proprio per la mancanza di inodes disponibili. Cosa avesse causato il problema subito facevo fatica a comprenderlo e così la prima cosa da fare è cancellare qualche files “a mano”. Ho iniziato dai log in /var/log/ cancellando ricorsivamente tutti i file .gz. Ho liberato circa 300 inodes e questo mi ha permesso di eseguire un’altra operazione: spostare una directory temporaneamente.

Con questo utile comando ho identificato una directory particolarmente piena di files da spostare per liberare ulteriore spazio (es. in /var/lib):
find /var/lib -xdev -printf '%h\n' | sort | uniq -c | sort -k 1 -n
(il comando restituisce un elenco con numero file per ogni sottodirectory)

Per liberare qualche iNode ho spostato una directory in home che risiede su un’altra partizione (gli iNodes sono riferiti ad ogni singola partizione, su /home ero solo al 3%) e poi ho creato un link simbolico (l’ho fatto per /var/lib/dpkg/info che conteneva oltre 6000 files):
mv var/lib/dpkg/info /home/jazzo/dpkg_info/

Liberato un po’ di “spazio” son riuscito finalmente a lavorare e ad approfondire il problema.
Dopo un po’ di ricerche ho scoperto che erano ancora presenti tutte le versioni del kernel dal momento dell’installazione.
Per conoscere l’elenco di tutte le versioni presenti nel sistema:
dpkg --get-selections | grep linux-image

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Ho rimosso una ad una le vecchie versioni con questo comando (lasciando solo le ultime 2):

apt-get remove --purge linux-image-3.13.0-36-generic

Ogni versione occupava circa 150Mb e 5.000 iNodes.
A questo punto ho lanciato l’autoremove e si son liberati oltre 300.000 iNodes!
apt-get autoremove

Questa la situazione prima:
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e questa dopo!
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E così ora le versioni le cancellerò di volta in volta, senza dar sempre per scontato che lo spazio sia infinito!

Consorzio del Parmigiano Reggiano, a scuola di marketing!

 

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PornHub, piattaforma leader nel settore del porno (giornalmente trasmette in streaming circa 10 volte quello che trasmette Facebook), lancia il servizio Premium attraverso uno spot pubblicitario di circa 20 secondi. In questo spot il Parmigiano Reggiano viene definito come “il Pornhub Premium” dei formaggi con inequivocabile parallelo tra l’eccellenza del prodotto italiano e quella del nuovo servizio Premium.

Ora io non sono un esperto in materia ma non ci vuole un ninja marketing per comprendere che la pubblicità di PornHub non poteva che fare bene al Parmigiano Reggiano. Il Consorzio a tutela del Parmigiano Reggiano invece “ha dato mandato ai propri legali dì verificare quali ipotesi di reato possano sussistere a carico del sito pornografico americano che ha utilizzato il nome ed il prestigio del prodotto per pubblicizzare i propri servizi di video porno in streaming” (leggi articolo su Huffington Post). Hanno perso un’altra occasione per tacere, peccato. Questa era un’onda da cavalcare e non da respingere. Ma vi rendete conto di che impatto avrà questa pubblicità in USA?

In USA dove, già 3 anni fa, un articolo su Forbes (“Most Parmesan Cheeses In America Are Fake, Here’s Why“) sottolineava quanto il termine “Parmesan” tragga in inganno gli statunitensi proprio per il fatto che sotto quel termine ci finisce di tutto. Un articolo profondo e pieno di dettagli che addirittura porta in luce la distinzione tra “Grana Padano” e “Parmigiano Reggiano” su cui lo stesso Consorzio poteva fare di meglio in questi anni.

Il Consorzio inoltre sostiene che “quanto sia ben premeditata l’azione di sfruttamento della prestigiosa Dop italiana è reso ancor più evidente dal fatto che si cita il suo nome corretto e integrale, e non la più generica forma ‘parmesan’, che negli Usa è utilizzata per tanti formaggi“.
Incredibile!
Proprio perchè avevano bisogno di un marchio di eccellenza, qualcosa che si discostasse dal “prodotto di massa”, hanno pensato ad un prodotto unico nel suo genere, genuino e incredibilmente buono come il “Parmigiano Reggiano”. Non capisco il senso della “lamentela” per non aver usato il termine “Parmesan” quando invece mi chiedo da tempo come mai il Consorzio non sia riuscito ad imporre il marchio “Parmigiano Reggiano” nel mondo, così come i nostri vicini hanno fatto con il “Prosciutto di Parma” (marchio registrato in circa 90 paesi). Perchè “Parmesan”? Cos’è PARMESAN mi chiedo, mah!

Lui dice “Aged Parmigiano Reggiano“. Spettacolo!
Scandito bene, sound italiano. Fa leva sulla stagionatura del prodotto e sottolinea il marchio. Cosa volete di più? Invece no, questi si inca**ano.

Io avrei cavalcato l’onda fancendo uscire ciò che i reggiani ben sanno: “che il Parmigiano Reggiano è anche afrodisiaco!”. E così facevano il botto. Un esempio? Lo spot della “Pizza a Portafoglio” dopo la pubblicità di McDonald!

Infine vi segnalo anche l’ottimo articolo di Michela Dell’Amico su Wired.

E ora non scandalizzatevi, ecco a voi lo spot:

 

 

Fairphone, smartphone etico ed eco-sostenibile

Fairphone

Oggi il consumatore critico si trova di fronte a dilemmi immensi perché la tecnologia è sempre più parte integrante della nostra vita quotidiana ma il costo per il pianeta e per l’umanità è altissimo. Per fortuna stanno nascendo aziende del futuro, come Fairphone (Olanda), le quali stanno invertendo il ciclo: “Together we can change the way products are made” (“insieme possiamo cambiare il modo con cui i prodotti sono costruiti”) recita il loro slogan.

L’impatto ambientale del progresso tecnologico degli ultimi decenni è devastante. Solo in Europa si stima vi siano 1,6 miliardi di vecchi telefoni non più utilizzati e di questi solo il 7% viene riciclato in modo corretto (Fonte: European Commission Study for Ecodesign Working Plan). Il resto va ad alimentare quel fenomeno denominato High-Tech Trash ben descritto nell’articolo del National Geographic già nel lontano 2008 e nell’omonimo libro di Elizabeth Grossman. Ancora oggi, in Ghana, la situazione è estremamente grave. La foto qui sotto mostra un bambino che raccoglie componenti elettronici per bruciarli e ricavarne così rame e alluminio da “rivendere” (guarda il video “Elettronic Waste in Ghana“).

After school, kids go to Agbogbloshie to collect copper and aluminium to make a little extra money.

After school, kids go to Agbogbloshie to collect copper and aluminium to make a little extra money. (Fonte: Fairphone)

Un altro paese dell’Africa che stiamo devastando, insieme al suo popolo, è il Congo. Ancora prima della catena di produzione disumana cinese per l’assemblaggio c’è il popolo congolese che muore per estrarre dalle miniere il Coltan (columbite-tantalite). Il Coltan è nei nostri telefoni, nei PC, nei Tablet e ormai anche nella lavatrice visto che vengono equipaggiate di schede elettroniche. Si estrae anche in Nigeria, Australia e Brasile ma in Congo costa meno. I proventi del commercio semilegale di Coltan, attuato dai movimenti di guerriglia che controllano le province orientali del Congo, alimentano la guerra civile in questi territori (Fonte: Wikipedia). Stiamo parlando di un conflitto che dura da 20 anni e che ha fatto 8 milioni di morti.
Le foto di Erberto Zani mostrano perfettamente la situazione oggi.

«Nel 2008, dopo 14 anni di lontananza, ho deciso di tornare a casa, in Congo, dalla mia famiglia. É stato uno shock: trovare che non esiste più niente. Chiedo di un amico e mi dicono che è morto, le strade e le infrastrutture non esistono più. Niente era più come prima, non riuscivo a spiegarmelo. Un giorno ho anche pianto, mia madre pensava che la mia tristezza fosse dovuta a qualche problema in Italia, mentre in realtà piangevo per il mio paese». Queste sono le parole dell’attivista  John Mpaliza, l’ingegnere congolese protagonista della marcia per il Congo: da Reggio Emilia (dove vive e lavora) a Bruxelles per rompere il muro di silenzio sulla guerra e sulla devastazione del suo paese. Oggi è conosciuto come Peace Walking Man.

Tutto ciò impone una riflessione. E’ inutile puntare il dito contro quelli che corrono freneticamente a comprare sempre l’ultimo modello di smartphone presentato da Apple o Samsung. Il problema coinvolge tutti, compresi quelli che tentano di “stare alla larga” dalla tecnologia. Ognuno di noi ha un telefono. A Marzo di quest’anno, quando il mio iPhone 3GS arrivò a fine corsa, mi sono fermato. Ho cercato qualcosa di diverso, orientato al futuro, non tanto per l’aspetto tecnologico quanto sul fronte etico ed eco-sostenibile. E così ho conosciuto il meraviglioso Fairphone (grazie Silvia e Terri).

Fairphone nasce come progetto di Waag Society, Action Aid and Schrijf-Schrijf in Olanda per sensibilizzare le persone sulle guerre legate al mondo dell’elettronica, in particolar modo quella della Repubblica Democratica del Congo. Nel 2013 viene costituita l’impresa sociale indipendente con sede ad Amsterdam.

Lo smartphone Fairphone è stato realizzato mettendo in primo piano questi aspetti fondamentali: Minerario, Design, Produzione, Ciclo di vita e Imprenditoria Sociale.

Minerario – Ogni Fairphone contiene circa 40 minerali (“including tantalum, tungsten, copper, iron, nickel, aluminum, tin, silver, chromium, gold and palladium”) e per ognuno di essi l’obiettivo è stato quello di integrare solo materiali a supporto delle economie locali, non milizie armate.

Design – L’idea è quella di cambiare il rapporto tra le persone ed i loro telefoni. In primo piano mettono longevità e riparabilità del telefono, dare alle persone il totale controllo del telefono acquistato fornendo la massima trasparenza su come è stato progettato. Sul sito vendono tutti i pezzi di ricambio, cambiare la batteria (18 euro) è un’operazione semplicissima come nei vecchi Nokia. Per la cover si possono scaricare i modelli 3D da stampare.

Manufacturing – La produzione avviene in Cina ma le garanzie sul lavoro sono state messe in primo piano: condizioni di sicurezza, salari equi e rappresentanza dei lavoratori. Lavorano a stretto contatto con i produttori che vogliono investire nel benessere dei dipendenti. Anche qui in totale controtendenza rispetto a chi va in Cina a sfruttare i lavoratori.

Life Cycle – “We believe that our responsibility doesn’t end with sales” (“Crediamo che la nostra responsabilità non finisca con la vendita”). Chi compra un Fairphone viene seguito durante l’intero arco di vita del telefono: uso, riutilizzo e riciclaggio sicuro. Hanno appena avviato un meraviglioso programma di Riciclo per vecchi telefoni in Europa.

Imprenditoria Sociale – Sul sito trovate tutta la documentazione per trasparenza sui costi e lista dei fornitori di tutti i materiali utilizzati per la costruzione del telefono. Gli utenti della community (sempre più attiva e creativa) vengono coinvolti nel processo di produzione e ascoltati quando riportano le loro esperienze.

Il Fairphone viene prodotto per “stock”, vale a dire che non esiste una produzione continua, proprio per non cadere nella morsa del dover poi vendere a tutti i costi. Periodicamente viene lanciato un batch (l’ultimo a Giugno 2014 per 35.000 pezzi, il prossimo a Gennaio 2015) e la produzione inizia solo dopo aver raggiunto un certo numero. Una volta venduti tutti i pezzi costruiti ci si ferma tutti a ragionare.

Quanto costa?
Per quanto mi riguarda è proprio il caso di dire solo 310 euro.
Queste riportate sotto sono le specifiche tecniche di base, qui le Specifiche tecniche complete.

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Una volta acquistato ricordatevi di aderire al movimento #WeAreFairphone
E anche l’aver creato un movimento è un bel modo per valorizzare il prodotto, diverso dai soliti slogan, perché il Fairphone rivoluziona la relazione col telefono soprattutto dopo che l’hai comprato. Sei parte di un movimento e hai la possibilitá di far sentire la tua voce. E’ tantissimo già solo questo.

Spero di avervi convinto!

Cambio di rotta: Twenty Twelve

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Il tempo vola e a volte ci si ostina a risolvere problemi percorrendo la strada sbagliata. Due anni fa ho acquistato un template a pagamento per questo sito (Whiteblack) perchè volevo un layout diverso. Poi, un anno fa, smise di funzionare. Per un anno intero (nei ritagli di tempo) ho cercato di risolvere il problema senza mai dedicargli il tempo necessario. E così un anno e volato e non ho più scritto un post (l’editor smise di funzionare)!

Dopo un anno mi son deciso ad utilizzare un tema WordPress standard che più standard non si può: Twenty Twelve. E così finalmente torno a scrivere! 😉